Neri Marcorè porta a Gorizia il suo Gaber. Gallione: «Conta ogni scelta che fai»

Neri Marcorè porta a Gorizia il suo Gaber. Gallione: «Conta ogni scelta che fai»

l'intervista

Neri Marcorè porta a Gorizia il suo Gaber. Gallione: «Conta ogni scelta che fai»

Di Rossana D'Ambrosio • Pubblicato il 22 Apr 2026
Copertina per Neri Marcorè porta a Gorizia il suo Gaber. Gallione: «Conta ogni scelta che fai»

Lo spettacolo andrà in scena giovedì 23 aprile. Il regista Giorgio Gallione riporta ricordi personali, collaborazioni storiche e analisi sul presente.

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Ironia tagliente, buona musica e un pizzico di riflessione: sono gli ingredienti con cui Neri Marcorè sta per sbarcare al Verdi di Gorizia con lo spettacolo “Gaber – Mi fa male il mondo”, in scena giovedì 23 aprile alle 20.45. A firmare l’ultima opera in cartellone al “Verdi racconta” è il regista Giorgio Gallione – classe 1953, da anni protagonista del panorama culturale italiano - in grado di coniugare narrazione stilistica e musicalità, valorizzando senza sovrastarla la presenza scenica dell’attore e cantante marchigiano. Gallione ha dialogato con la nostra Redazione tra ricordi personali, collaborazioni storiche e riflessioni sul presente.

Iniziamo con una domanda sulla tua formazione… «Nella preistoria ho studiato alla scuola di recitazione del Teatro Stabile. Ho sviluppato pochissima esperienza come attore, poi, dopo un po’ di lavoro al Teatro Nazionale di Genova, ho fondato il teatro dell’Archivolto, che è andato avanti per circa trent’anni. Eravamo io, Crozza, Ugo Dighero, Marcello Cesena, Carla Signoris e Mauro Pirovano. In un primo momento siamo stati una compagnia, in seguito abbiamo ottenuto uno spazio in cui lavorare e siamo diventati un teatro stabile privato. Infine, il teatro si è fuso nel 2017 con quello di Genova, trasformandosi in Teatro Nazionale, ma io dopo quattro anni di consulenza artistica sono diventato un “battitore libero”».

Tu hai lavorato anche con Crozza: com’è stato questo sodalizio? «Eravamo insieme alla scuola di recitazione, quando io frequentavo il terzo anno lui è entrato al primo, poi abbiamo lavorato per più di dieci anni assieme. Nei primi anni del programma televisivo c’ero anch’io, ma quando la trasmissione si è “solidificata” ed è diventata impegno annuale, ho preferito volgermi al teatro. È andato molto bene, Crozza è un grande amico e un grande professionista, lo conoscete tutti. Ancora ora ci frequentiamo, ma in amicizia».

E com’è Crozza, dietro le quinte? «Spiritoso, simpatico, intelligente».

“Gaber, mi fa male il mondo”: è una rivisitazione in chiave attuale dello spettacolo del cantautore milanese? «No, non credo si possa definire “in chiave attuale”. Per il plot metaforico abbiamo ragionato così: è come se Neri (Marcorè ndr) entrasse nel laboratorio creativo di Gaber e Luporini. Loro per moltissimi anni si vedevano tutte le estati e riflettevano sul Concept Album che stavano scrivendo, e noi idealmente siamo un po’ tornati a quelle origini. Perché loro dichiararono sempre di essere dei “ladri” e perciò d’ispirarsi a tanti autori, scrittori, intellettuali che leggevano e amavano. Nei loro programmi di sala di un tempo c’era scritto: “Questa canzone è ispirata a un testo di…” eccetera; perciò, con molta onestà intellettuale raccontavano quali fossero le loro fonti, che poi rielaboravano in modo personale e creativo. Per questo conosciamo ufficialmente le letture di loro interesse, da cui traevano ispirazione. Noi fingiamo che Neri entri in questo laboratorio come fosse in una grande sala prove, uno studio di registrazione, e in mezzo a libri, strumenti musicali, nastri e così via, pian piano trovi l’ispirazione per costruire un proprio percorso all’interno dello spettacolo, partendo da quelle origini. Però è una suggestione: il nostro non è un saggio, è un modo di raccontare del teatro-canzone. Riproponiamo testi di Gaber e Luporini e quasi sempre i monologhi che ne generano arrivano dagli autori che loro stessi hanno amato: Pasolini, Calvino, Berlinguer, Rodari, Pessoa e tanti altri».

Nel 1994 a Gaber «fa male il futuro dell’Italia, dell’Europa e del mondo». Nel 2026 che cosa fa male, a Gallione e Neri Marcorè? «Purtroppo, le stesse cose. Però qui noi parliamo con la voce di Gaber e Luporini. Con Neri questo è il terzo spettacolo che facciamo girando intorno allo stesso tema, nel 2005 allestimmo quello che rappresentò il nostro debutto. Allora raccontava le vicende di un certo Signor G, maschera della commedia dell’arte contemporanea inventata da loro. Che era questo piccolo borghese, un po’ intellettuale un po’ meschino, il quale si guardava vivere. Poi un po’ di anni dopo portammo in scena “Eretici e corsari”, che prendeva in considerazione i rapporti tra Gaber e Pasolini. In questo caso facciamo uno spettacolo tra virgolette più politico, e questa è la risposta indiretta alla tua domanda. È uno spettacolo senza canzoni d’amore, non ci sono testi introspettivi, ma raccontano l’utopia di una generazione - che poi è anche la mia, perché non sono molto più giovane né di Gaber né di Luporini – e indirettamente anche quella di Neri. Che era quella in cui si riverberavano tutte le utopie, le velleità, le speranze, allora avremmo detto di rivoluzione, cambiamento del mondo. In quelle canzoni c’era già da un lato la speranza, l’utopia, dall’altro il rimpianto per qualcosa che sarebbe potuto accadere, e che poi non si è verificato. Perché il mondo è andato in un’altra direzione, la politica anche, e lo stesso essere umano. Per cui, questo ci fa male».

Che carattere ha Neri Marcorè, e come lavora in teatro? «Lavoriamo insieme da 21 anni. Abbiamo scelto senza stipulare contratti di compiere un percorso teatrale assieme, e questo non so se è il quinto sesto o settimo spettacolo, ma diamo per scontato che quando finisce un’avventura teatrale ci mettiamo assieme e ragioniamo su quello che ci interessa fare per la successiva. Oltre a essere un grande professionista, Neri è diventato un grande interprete canoro molto credibile, e il fatto di tornare a Gaber è diventata quasi una necessità. Crescendo su Gaber – il primo spettacolo l’abbiamo fatto più di vent’anni fa – è cambiato il mondo, e perciò anche la scelta delle canzoni, nel repertorio immenso di entrambi cambia, rispetto alle suggestioni o alle istanze della società. Il nostro non intende essere un omaggio ai due: prendiamo quelle canzoni e in parte quei testi perché pensiamo che vibrino oggi, non perché intendiamo compiere un’operazione per tramandare i due cantautori. Intendiamo estrapolare parti del loro repertorio, che in questo momento si leggono anche in un altro modo rispetto alla situazione politica, sociale e individuale di ciascuno. Li consideriamo due classici moderni: ogni volta che li riprendi in mano una parola suona in un modo, poi in un altro rispetto a quello che stai vivendo in questo momento. C’è una canzone che s’intitola “La peste”, che non propone mai nessuno, e che racconta di una peste nera che si propaga per Milano il cui bacillo è a manganello. Quindici anni fa non la cantavamo, ora abbiamo voluto cantarla».

Nelle canzoni di Gaber c’è un riferimento ai giornalisti: «Facce libere e indipendenti ma estremamente rispettose dei loro padroni». In questo caos storico sopravvive ancora la libertà di stampa? «In molte canzoni di Gaber si parla dei giornalisti. Certo che c’è la libertà di stampa. Poi c’è la stampa prezzolata, una parte che io non amo che parla con la voce e il megafono del padrone o del proprio editore, e una parte di stampa che si sente libera e ricopre il ruolo che deve compiere la stampa: cioè indagare, criticare, radiografare il mondo in tutti i sensi, dal punto di vista etico, sociale, comportamentale, partitico, eccetera. Quelle di Gaber sono spesso delle invettive, delle metafore: non bisogna mai prenderle totalmente alla lettera. C’è una canzone che dice “Io se fossi Dio” e dice cosa farebbe: noi la cantiamo, è molto famosa e lui l’ha cantata pochissime volte. E parla anche dei giornalisti, dice “Approfittate della libertà che avete”, ma non parla di tutti i giornalisti. In ogni caso, bisogna sempre ragionare con la parte romanzata di ogni opera. Come quando leggi un romanzo, anche in quello autobiografico c’è sempre un elemento romanzato: non sono articoli, sono oggetti artistici, e come tali si portano dietro quell’elemento di evocazione, suggestione, metafora, e perciò non devono mai essere presi alla lettera. “Se bruciasse la città” non parla d’incendi, ma di un’immagine. È come un quadro, un oggetto artistico che si porta dietro metafore. Dentro c’è la realtà, naturalmente, ma è reinterpretata con gli strumenti dell’arte».

A Gaber fanno male anche «i telefonini, i computer e la realtà virtuale». Oggi l’intelligenza artificiale sta compiendo passi da gigante nelle scienze e nelle tecnologie. Ritieni possiamo conviverci oppure ancora una volta ne farà le spese la nostra libertà? «Noi abbiamo sempre convissuto con tutto dall’età della pietra, non sarei un catastrofista. Poi, Gaber non ha visto l’intelligenza artificiale, ha sperimentato poco e male i telefonini, per cui non gli metterei in bocca parole che non ha detto: quello che avrebbe detto Gaber lo direbbe Gaber.

C’è un antidoto contro il conformismo e l’ipocrisia? «L’esercizio della libertà di pensiero».

La scrittura, il teatro, l’arte? «Tutto, anche nella vita, nelle scelte che si compiono al supermercato. Sono tutte cose che stabiliscono quanto sei conformista e quanto libero. Che poi non significa automaticamente essere anticonformista, perché anche l’anticonformismo rischia di essere una forma di conformismo, se applicato pedissequamente. Ogni scelta che fai, dal comprare un calzino o una scatola di piselli al leggere un libro, ti dice quanto sei irreggimentato o ciecamente eterodiretto e quanto invece riesci ancora a evitarlo, seppur in modo limitato, perché siamo tutti bombardati da cose che ci influenzano. In questo senso l’arte e il teatro hanno un po’ il compito di non assecondare questa tendenza. Poi, accendi la televisione e vedi solo quiz. Oppure ti regalano soldi senza che tu sappia fare nulla. Diciamo che non era la cosa che interessava a Gaber, e quando noi andiamo dietro a quel mondo speriamo di non adeguarci totalmente a questo processo di decerebrazione che si tenta di mettere in atto. Meno pensiamo e più siamo in balia di chi evidentemente o meno cerca di eterodirigerci».

Cogito, ergo sum. Quindi, dobbiamo assolutamente pensare… «Esattamente».

(Foto, Ivo Corrà)


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