I miti della Valle dell’Isonzo raccontati in un documentario, Ema Kugler scava fra i materiali di Pavel Medvešček

I miti della Valle dell’Isonzo raccontati in un documentario, Ema Kugler scava fra i materiali di Pavel Medvešček

La proposta

I miti della Valle dell’Isonzo raccontati in un documentario, Ema Kugler scava fra i materiali di Pavel Medvešček

Di Rossana D'Ambrosio • Pubblicato il 01 Apr 2025
Copertina per I miti della Valle dell’Isonzo raccontati in un documentario, Ema Kugler scava fra i materiali di Pavel Medvešček

L'appuntamento è per il 3 aprile al Palazzo del Cinema di Piazza Vittoria con la regista slovena che presentera 'C'era una volta nella Valle dell'Isonzo'.

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Ancora una volta la Rassegna del cinema sloveno in Italia propone pellicole di grande spessore, come questo documentario che sta per essere presentato a Gorizia, incentrato sulla mitologia e la tradizione popolare della Valle dell’Isonzo. La proiezione di “C’era una volta nella Valle dell’Isonzo” si terrà il 3 aprile al Palazzo del Cinema di piazza Vittoria – con ingresso a 5 euro – alla presenza della regista Ema Kugler. Un lungometraggio realizzato dalla Zavod Zank, con il supporto del Centro cinematografico sloveno, della RTV Slovenia e lo Studio Viba film, che entra a pieno titolo nel programma della Capitale europea della cultura. Il film ruota intorno alle tradizioni popolari raccolte da Pavel Medvešček nel volume “Dal lato invisibile del cielo” (edito nel 2007 dopo lunga attesa), innestandosi anche sulla poesia di Simon Gregorčič, il vate-poeta che dedicherà i suoi versi alla Soča/Isonzo preannunciando la tragedia della Prima guerra mondiale. Quella di Kugler è una carriera che si avvia a metà degli anni Ottanta, quando inizia a occuparsi di sceneggiatura, regia, montaggio, costumi e installazioni visive, pur restando fedele all’ambito della regia. Fra le sue opere, “Hydra” (1993), “Obiskovalec” (1995), “Tajga” (1996), “Postaja 25” (1997), “Menhir”(1999), “Homo erectus” (2000), “Phantom” (2003), “Le Grand Macabre” (2005), “Za konec časa” (2009), “Odmevi časa” (2013), e “Človek s senco” (2019). In ambito documentario ha diretto “Od Kapelce do KUD-a” (2014), incentrato sul Teatro Ana Monro di Lubiana, “Polepšali ste mi dan” (2013), un ritratto della ricercatrice di culture antiche Fani Okič, e “Orion” (2012), documentario sui resti paleolitici della regione di Kozjansko. Oltre al premio Prešeren (2023), il più alto riconoscimento artistico in Slovenia, la regista originaria di Celje ha ricevuto il Premio Štiglic alla carriera, il Golden Bird Award, il PrešerenFund Award e lo Župančič Award. Abbiamo avuto modo di approfondire con l’artista alcuni aspetti del suo ultimo lavoro, in un interessante confronto esteso anche agli aspetti della realtà quotidiana.

Per quale motivo hai scelto di parlare di Medvešček?

«Realizzare questo film non era inizialmente nelle mie intenzioni. Tutto ha avuto inizio con un evento sfortunato: il regista che aveva scritto il film insieme a Medvešček è morto inaspettatamente, e la produzione ha subìto un arresto. Il produttore di allora mi contattò per propormi il progetto. Inizialmente fui titubante, perché non conoscevo niente del vecchio progetto. E comunque le circostanze hanno voluto che, nonostante le difficoltà di produzione, il film sia stato portato a termine».

Il tuo lavoro ha una struttura simile a quella della fiaba. Una scelta differente dal tradizionale schema del documentario…

«Il contenuto dell’opera di Medvešček è vasto, diversificato e straordinariamente ricco nella sua espressione. Mentre leggevo il volume, ho realizzato che farne un documentario fosse impossibile: c’era semplicemente troppo, e tutto sembrava importante. Ci ho pensato a lungo e alla fine ho deciso: dimenticare i vincoli della forma documentaria per realizzare un film che mostrasse uno scorcio di come si viveva allora. Ho mantenuto questa decisione. Se sono riuscita a tener fede a queste intenzioni, sta al pubblico, dirlo».

Tu esplori gli aspetti mitici della Valle dell’Isonzo. Trovi che gli studi di Medvešček riconducano a quelli di Claude Lévi-Strauss?

«Non ho idea di quanto possano avvicinarsi gli studi di Lévi-Strauss, né sono in grado di dire se siano riconducibili alla ricerca di Medvešček sulla fede antica. Il mio unico principio guida nel realizzare questo film è stato: “Rispetta la tradizione orale registrata da Medvešček, e non interpretarla!”. Questo, è stato il mio imperativo etico. Per quanto riguarda le caratteristiche mitologiche di Posočje, il film le presenta in modo approfondito così come lo studioso le ha presentate, né più né meno».

In questo lungometraggio la Natura occupa uno spazio centrale. La luna, il sole, la dea Nikrmana, persino la vita di un verme. Nel film si dice: «Gli antichi non costruivano santuari. Dicevano: “Quando entri nella foresta sei in un santuario”». Che ruolo riveste, qui, la Natura? Rappresenta la nostra più intima essenza?

«La Natura gioca un ruolo cruciale, per due motivi. Per prima cosa, per la gente del tempo era una compagna di vita: la loro sopravvivenza dipendeva unicamente da lei. Ecco perché veneravano le forze naturali piuttosto che un dio immaginario con tratti umani, poiché un dio simile non avrebbe portato loro la pioggia o un buon raccolto. Ma avrebbe potuto portare la guerra, proprio come nel corso della Storia gli dèi sono stati usati per giustificare le guerre, e ancora oggi lo sono. Il secondo motivo è questo: come creare una rappresentazione visiva di un mondo, quando non ne rimane nulla in quanto andato completamente distrutto? Ecco perché abbiamo scelto di filmare la Natura. Certamente, la Natura rappresenta la nostra più intima essenza. Se non riusciamo a rendercene conto, c’è qualcosa di profondamente sbagliato in noi. È così, possiamo notarlo anche nel mondo di oggi, costruito attraverso un consumismo folle».

Dove sono state girate le scene del film?

«Abbiamo ripreso località diverse. Per alcuni esterni, abbiamo filmato il canoyn di Doblarca, la grotta Kačna, la grotta Babja. Ma anche Jabeznek, sull’altopiano Bavška, il fiume Idrijca, Porezen, Zakojca, Mangart, il monte Canin, la foresta Trnovski, e così via. Per gli interni, abbiamo girato in una vecchia casa a Stopnik ob Idricij, ma anche in Casa Vasaje a Zakojska Grapa, Casa Krtovše a Gorenja Trebuša e Casa Šturmance a Gorenja Kanomlja».

Noti delle differenze, fra le strutture descritte da Medvešček e la realtà odierna?

«È tutto completamente diverso, rispetto a oggi. Ciò che mi affascinava maggiormente era che le persone allora vivessero in comunità. Oggi ciascuno pensa a se stesso, e di conseguenza l’umanità sta perdendo sia la sua integrità etica che la sua forza. La verità è che gli individui frammentati sono più facili da controllare e ingannare. C’è un vecchio detto: “Dividi e impera”». 

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