L’intelligenza artificiale accelera, il lavoro rincorre: «Serve ripensare il progresso»

L’intelligenza artificiale accelera, il lavoro rincorre: «Serve ripensare il progresso»

Il dibattito

L’intelligenza artificiale accelera, il lavoro rincorre: «Serve ripensare il progresso»

Di Ivan Bianchi • Pubblicato il 21 Apr 2026
Copertina per L’intelligenza artificiale accelera, il lavoro rincorre: «Serve ripensare il progresso»

Intervista con il professor Giordano Vintaloro che analizza l’impatto delle nuove tecnologie tra precarietà, formazione continua e rischi sociali. «La politica è in ritardo, l’Europa crei un centro pubblico».

Condividi
Tempo di lettura

Giordano Vintaloro è professore di Lingua e cultura inglese all’ISIS Galilei-Fermi-Pacassi di Gorizia, oltre che traduttore e copywriter attivo in ambito internazionale. Da tempo osserva con attenzione l’impatto delle nuove tecnologie sul linguaggio, sulla formazione e soprattutto sul mondo del lavoro. Nel suo ultimo intervento affronta uno dei nodi più urgenti del presente: il rapporto tra esseri umani e intelligenza artificiale, non tanto in termini di superiorità teorica, quanto nelle sue conseguenze concrete su occupazione, ritmi di vita e modelli economici. Ne emerge un quadro complesso, in cui l’accelerazione tecnologica si intreccia con un mercato sempre più esigente e con una politica spesso in ritardo, mentre si fa strada la necessità di ripensare profondamente il concetto stesso di progresso.

Professore, partiamo da un dato: quante informazioni scambiano due persone mentre parlano?

Molto meno di quanto si pensi. Parliamo di circa 110 bit al secondo, quindi una quantità di dati sorprendentemente ridotta. Tuttavia, mentre questo flusso avviene, nel cervello si attivano migliaia di connessioni neurali. Se allarghiamo lo sguardo, arriviamo a numeri enormi: circa 85 miliardi di neuroni e un totale di sinapsi che sfiora i 10¹⁴. È una complessità che, almeno quantitativamente, supera ancora quella dei modelli di intelligenza artificiale più avanzati.

Questo significa che il cervello umano è superiore alle macchine?

Non in senso assoluto. Da un lato, il cervello è estremamente efficiente: consuma meno di 20 watt, contro l’energia molto più elevata necessaria per far funzionare sistemi di IA. Dall’altro lato, però, non è progettato per lavorare in modo continuo. Ha bisogno di pause, di sonno, di riorganizzazione. Le macchine, invece, possono operare senza interruzioni e senza un vero limite fisiologico.

Quanto è recente lo sviluppo di queste tecnologie?

È sorprendentemente recente. I sistemi di IA che oggi utilizziamo su larga scala hanno poco più di tre anni e mezzo di diffusione significativa. Eppure, in questo tempo brevissimo, hanno raggiunto capacità operative che prima erano impensabili.

Che effetto produce questa accelerazione sulle persone?

Una sensazione diffusa di disorientamento. Quando i cambiamenti avvengono troppo velocemente, diventa difficile costruire scenari prevedibili. È una reazione naturale: la nostra capacità di adattamento non è calibrata su trasformazioni così rapide.

Il mondo del lavoro è uno degli ambiti più colpiti. In che modo?

Negli ultimi decenni si è passati da una relativa stabilità a una precarietà strutturale. Se un tempo un diploma era sufficiente per costruire una carriera, oggi nemmeno un dottorato offre garanzie. La formazione è diventata continua: non più un aggiornamento periodico, ma un processo permanente che si somma alle ore lavorative.

Con quali conseguenze concrete per i lavoratori?

Un aumento del carico complessivo. Alle 40 o più ore settimanali si aggiungono corsi, webinar, aggiornamenti. Spesso queste attività non sono retribuite e sottraggono tempo alla vita personale, alla famiglia, al riposo. È un costo che ricade interamente sull’individuo.

Questa pressione è legata anche alla presenza dell’intelligenza artificiale?

Sì, perché implicitamente si sta configurando una competizione. Anche se non viene dichiarato apertamente, il lavoratore è spinto ad aggiornarsi per non essere sostituito. Il problema è che l’IA è già in grado di svolgere una quota molto ampia delle attività umane, superiore all’80%, e lo fa con grande efficienza, soprattutto nell’interazione con strumenti digitali.

Ci sono già effetti occupazionali visibili?

Sì. Si stanno riducendo posti di lavoro in diversi settori, a partire da quelli più esposti alla digitalizzazione. I programmatori sono tra i primi coinvolti, ma il fenomeno si sta estendendo anche ad ambiti come l’analisi finanziaria. E questo avviene non solo nelle grandi aziende, ma anche in realtà più piccole.

Alcuni sostengono che ogni rivoluzione tecnologica crea nuove opportunità. È ancora valido?

In linea teorica sì, ma manca un elemento fondamentale: il tempo. In passato le trasformazioni erano più lente e permettevano un adattamento graduale. Oggi si parla di cambiamenti che potrebbero compiersi nel giro di pochi anni, se non mesi.

Può fare un esempio concreto di questa velocità?

Già oggi esistono sistemi in grado di progettare autonomamente un sito web completo. Estendendo questa capacità, è plausibile immaginare che nel giro di pochi anni possano progettare intere linee produttive industriali, gestite poi da robot. Alcune stime indicano tempi estremamente brevi, anche inferiori ai cinque anni.

Come si inserisce questo scenario nel contesto occupazionale globale?

Con enormi difficoltà. Solo in Italia si contano milioni di lavoratori nel settore produttivo. Estendendo lo sguardo all’Europa e al mondo, parliamo di numeri giganteschi. Ripensare la collocazione di queste persone in tempi così rapidi è una sfida senza precedenti, anche perché mancano le strutture formative adeguate.

Emergono anche conseguenze sul piano psicologico?

Sì, sempre più persone manifestano forme di disagio legate alla percezione di essere sostituibili. Si tratta di una condizione che alcuni iniziano a definire come disturbo da sostituzione con IA. È un segnale che il cambiamento non è solo economico, ma profondamente umano.

Chi sta guidando questo processo di trasformazione?

Di fatto, le grandi aziende tecnologiche. Detengono le infrastrutture, dai data center ai cavi sottomarini che trasportano la maggior parte dei dati globali. Questo conferisce loro un potere significativo nel determinare la direzione del mercato.

E la politica che ruolo ha?

Interviene spesso in modo reattivo, con soluzioni emergenziali. Ma fatica a prevenire i problemi o a orientare il cambiamento. Le riforme nel campo dell’istruzione, ad esempio, rischiano di privilegiare competenze immediate a scapito della formazione di base.

Esistono iniziative per affrontare queste sfide in modo più strutturato?

Alcune realtà stanno iniziando a studiare gli effetti sociali dell’IA e a definire principi di utilizzo. Anche nel mondo accademico si lavora su modelli di redistribuzione e nuove forme di organizzazione del lavoro.

Quale potrebbe essere una risposta efficace a livello europeo?

La creazione di un centro di ricerca pubblico dedicato all’intelligenza artificiale e ai suoi impatti sociali. Un’istituzione capace di integrare competenze tecniche ed umanistiche, e di definire linee guida condivise. 

Rimani sempre aggiornato sulle ultime notizie dal Territorio, iscriviti al nostro canale Telegram, seguici su Facebook o su Instagram! Per segnalazioni (anche Whatsapp e Telegram) la redazione de Il Goriziano è contattabile al +39 328 663 0311.

Articoli correlati
...
Occhiello

Notizia 1 sezione

...
Occhiello

Notizia 2 sezione

...
Occhiello

Notizia 3 sezione