I dati
Gradisca, spese milionarie in dieci anni per i Cpr: «Strutture come i manicomi, vanno chiuse»
Il monitoraggio 2025 del Tavolo Asilo e Immigrazione si è svolto in dialogo con il viaggio di Marco Cavallo, promosso dal Forum Salute Mentale. «Finalmente politica e società iniziano a capire», rimarca Schiavone.
Un incontro molto partecipato, ieri sera a Gradisca d’Isonzo, sul tema del Cpr, facendo seguito a una serie di visite portate avanti nel 2025 dal Tavolo Asilo e Immigrazione. Un corposo report è stato stilato dallo stesso Tavolo che lo indica come «una delle strutture emblematiche delle distorsioni del sistema della detenzione amministrativa». Il monitoraggio 2025 del Tavolo Asilo e Immigrazione si è svolto in dialogo con il viaggio di Marco Cavallo, promosso dal Forum Salute Mentale, che ha accompagnato in alcune tappe le visite ai CPR e le iniziative pubbliche territoriali. «Questo intreccio non è stato solo simbolico, ma ha orientato l’impostazione stessa del Rapporto: l’edizione 2025 ha scelto di porre la salute, e in particolare la salute mentale, al centro dell’analisi, assumendo il punto di vista della riforma basagliana che ha smantellato le istituzioni fondate sulla segregazione e sulla violenza istituzionale», fa sapere il tavolo.
Il centro, situato in provincia di Gorizia, presenta una capienza teorica di 150 posti, ma la capienza effettiva rilevata nel corso delle visite si ferma a 85, a causa della presenza di 10 stanze in ristrutturazione. Nel periodo settembre–dicembre 2025 le presenze registrate sono pari a 72 uomini, mentre al 31 dicembre 2024 i trattenuti erano 80, tutti di sesso maschile. Il CPR di Gradisca è inoltre segnalato tra quelli in cui risulta particolarmente rilevante la presenza di cittadini di nazionalità nigeriana, una caratteristica che lo accomuna a pochi altri centri sul territorio nazionale.
Uno degli elementi che emerge con maggiore forza dal report è la persistente difficoltà di accesso alla documentazione. Anche a Gradisca d’Isonzo le delegazioni di monitoraggio segnalano informazioni incomplete o non fornite, in particolare per quanto riguarda la provenienza delle persone trattenute, che può includere il rintraccio sul territorio, il trasferimento da altri CPR o l’uscita dal circuito penale. Questa opacità amministrativa viene indicata come un ostacolo strutturale a qualsiasi valutazione trasparente del funzionamento del centro.
Sul piano della vita quotidiana, Gradisca d’Isonzo è l’unico CPR in cui viene segnalata la presenza di una palestra effettivamente funzionante. Tuttavia l’accesso risulta fortemente limitato: gruppi di 2 o 3 persone per volta, due accessi settimanali per sezione, con un tempo effettivo stimato in appena 20–30 minuti a persona ogni settimana. Il report sottolinea come tali condizioni non possano essere considerate un intervento significativo sul benessere psicofisico. Al di fuori di questo spazio, le attività ricreative e sociali risultano sostanzialmente assenti e non emerge un coinvolgimento stabile delle reti territoriali.
Per quanto riguarda l’assistenza sanitaria, il CPR di Gradisca d’Isonzo rientra tra quelli in cui è documentata la presenza di psichiatri del servizio pubblico. Secondo il Tavolo Asilo e Immigrazione, questa presenza non si traduce però in una reale tutela della salute mentale delle persone trattenute, ma finisce per inserirsi in un sistema di contenimento che rafforza l’istituzione detentiva stessa. Il ruolo del personale sanitario che certifica l’idoneità al trattenimento viene descritto come problematico sotto il profilo etico e deontologico.
Criticità analoghe emergono sul fronte degli eventi critici. A Gradisca d’Isonzo il registro previsto dalla direttiva ministeriale del 19 maggio 2022 non è stato visionato dalle delegazioni di monitoraggio e non è stata fornita alcuna copia cartacea. Una mancanza che, secondo il report, impedisce di verificare in modo puntuale episodi di autolesionismo, tensioni interne o lesioni a danno di trattenuti e operatori.
Dal punto di vista economico, il documento consente di ricostruire una stima dei costi sostenuti negli anni. Per il CPR di Gradisca d’Isonzo il costo pro-capite giornaliero risulta pari a 25,37 euro nel 2018 e a 37,31 euro in modo stabile dal 2019 al 2024. Assumendo una presenza media prudenziale di circa 80 persone e un costo di 37,31 euro al giorno, la spesa annuale stimata si colloca attorno a 1 milione 90mila euro. Estendendo il calcolo al periodo 2019–2024, la spesa complessiva stimata supera i 6 milioni 500mila euro, una cifra che non tiene conto dei costi indiretti, delle spese per le forze dell’ordine e delle risorse impiegate per ristrutturazioni e manutenzioni.
La gestione del CPR di Gradisca d’Isonzo è affidata a Ekene Coop Sociale Onlus, con procedura aperta indicata come modalità di affidamento negli aggiornamenti più recenti. Un dato che si inserisce in un quadro nazionale caratterizzato da proroghe, subentri e affidamenti ripetuti, spesso in assenza di un reale miglioramento delle condizioni di vita all’interno dei centri.
«Un lavoro importante quello che è stato presentato – così il sindaco, Alessandro Pagotto, che ha ripercorso il percorso che vede da oltre vent’anni la presenza di una struttura del genere – mentre noi come comunità abbiamo maturato la coscienza che il futuro di queste realtà può essere solo la chiusura. Queste non sono le modalità per far fronte a questo tipo di problematica. Più volte il Consiglio Comunale si è espresso con mozioni chiedendo la chiusura del Cpr di Gradisca d’Isonzo ma anche degli altri presenti sul territorio nazionale per superare questo modello strutturale per affrontare il tema dell’immigrazione regolare», così ancora Pagotto.
«Si parla dello 0,2 dei migranti irregolari che vengono gestiti da queste strutture e non è chiaramente questa la modalità per poter proseguire nel futuro. Questi centri non sono idonei perché non garantiscono i diritti delle persone, da quello alla salute mentale fino alla dignità, senza contare la mancanza di possibilità di inserimento all’interno del tessuto sociale locale. Non è nemmeno rispettoso nei confronti delle comunità che li ospitano perché generano tensioni all’interno delle comunità stesse», così ancora Pagotto che rimarca l’ottima collaborazione con Cristina Patron, recentemente nominata dal Consiglio comunale dopo l’esperienza di Giovanna Corbatto.
«Le informazioni che emergono dal secondo report di monitoraggio, realizzato nel 2025 a cura del Tai sono allarmanti. Consiglieri regionali, parlamentari ed europarlamentari hanno effettuato visite nei dieci Cpr sul territorio nazionale», così il consigliere regionale Enrico Bullian, presente assieme ai colleghi Diego Moretti e Laura Fasiolo.
«I Cpr, inoltre, si sono dimostrati peggiorativi sotto il profilo della salute mentale, delle condizioni psicologiche e, in diversi casi, anche fisiche delle persone trattenute. Proprio l'edizione 2025 del Rapporto ha scelto di porre al centro dell'analisi la salute, e in particolare la salute mentale, assumendo il punto di vista della riforma basagliana - fa sapere il consigliere - che ha smantellato le istituzioni fondate sulla segregazione e ha un grande radicamento proprio nella nostra Regione. I Cpr sono vere e proprie istituzioni totali, luoghi chiusi e isolati, che incidono in modo totalizzante sulla libertà e sulla salute psicofisica delle persone detenute. Il documento segnala inoltre gravi limitazioni nell'accesso effettivo alla tutela legale e, anche sul piano dell'efficacia del sistema, i dati risultano altrettanto critici: nel periodo 2011-2024 la quota media dei rimpatri realizzati tramite detenzione si attesta al 9,9%. Nel 2024 il dato è pari al 10,4%, in lieve calo rispetto all'anno precedente».
«Il Cpr resta una contraddizione - ha sottolineato Moretti - perché è un carcere di fatto ma senza le garanzie e i protocolli che un carcere prevede. Questo ricade sulle persone trattenute ma anche sulle forze dell'ordine, sottratte al territorio e chiamate a svolgere funzioni per cui spesso non sono formate. Se visite e verifiche istituzionali diventano difficili e i dati restano opachi, non siamo davanti a un problema tecnico: è una scelta politica».«La cosa fondamentale è raccontare più che i singoli centri i contenuti – ha ribadito Gianfranco Schiavone, Presidente del Consorzio Italiano di Solidarietà e membro dell'Associazione Studi Giuridici sull'Immigrazione – che ci raccontano la straordinaria drammaticità che unificano i vari Centri. Si tratta di strutture che hanno le caratteristiche tipiche delle istituzioni non riformabili e riscontriamo un’assoluta continuità, partendo dall’opacità, perché è sempre stato difficile fare un quadro accurato mancando rapporti e dati». Schiavone segnala che «con il nuovo Garante nazionale da tre anni non c’è una relazione al Parlamento».
Tra i punti segnalati dal presidente del CIS è «la condizione di profondo degrado che caratterizza tutti i Centri: cambiano i prefetti e i gestori ma le misure no, così come non cambia il tasso di efficacia per queste strutture». Per Schiavone «bisogna guardare a queste strutture con uno sguardo globale come ora facciamo con i manicomi per i quali trent’anni fa era impossibile dire che non sarebbero serviti. Necessario è un cambio di mentalità e di approccio, che per fortuna in una certa parte di politica e società si sta facendo strada», conclude Schiavone.
«L’incontro era partecipato il che dimostra l’interesse per il tema – così la Garante per i diritti delle persone private della libertà personale, Cristina Patron – e durante lo stesso abbiamo anche raccontato del primo ingresso alla struttura che abbiamo effettuato lunedì». Si è trattato della prima volta per Patron che ha preso le redini da Corbatto a dicembre. «Ho intenzione di continuare a utilizzare la check-list che è stata utilizzata dal Tavolo per mantenere un’uniformità generale nella raccolta dati», conclude Patron.
Foto di Adriano Fecchio.
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