LA RESIDENZA ARTISTICA
Gorizia, Stefano Bollani al Kinemax: «L'improvvisazione è studio messo in un angolo»
Il noto pianista protagonista della proiezione del docufilm 'Tutta Vita' girato durante la residenza a Gorizia nell'anno della Capitale Europea. La regista Valentina Cenni, «Palazzo Lantieri è la perfetta sintesi fra passato e futuro».
Cos’è l’improvvisazione? “Semplicemente” lo studio di anni che vien poi dimenticato ma che resta come supporto per venirsi incontro e riuscire a concludere il brano jazz che si sta suonando. Ed è, altrettanto “semplicemente”, la capacità di vivere il presente ascoltandosi e cercando di capire in che direzione andrà l’altro, anche quando l’altro sono in realtà tanti altri: nove, per la precisione, i musicisti che hanno affiancato Stefano Bollani nel progetto "Ponte a NordEst", ideato da Euritmica, sostenuto dalla Regione e inserito nel programma di GO! 2025.
Una residenza artistica di sei giorni, dal 13 al 16 febbraio 2025, è stato il punto nodale dell’iniziativa che ha portato nelle stanze dello storico Palazzo Lantieri la “Stefano Bollani All Stars Band” per amalgamarsi in lunghe e appassionanti sessioni di prova per il concerto del 17 febbraio al Politeama Rossetti. Ma se questo è stato il punto di arrivo finale dell’esperienza, ciò che resterà anche in futuro come testimonianza delle sinergie create dalla Capitale Europea della Cultura è il docufilm “Tuttavita”, presentato ieri sera al Kinemax di Gorizia alla presenza del pianista e della regista Valentina Cenni.
Sessanta ore di girato durante i sei giorni di residenza, in ognuno dei quali si aggiungeva uno dei dieci protagonisti (undici anzi, se si conta anche il piccolo Jobim, riccioluto quadrupede pronto a mettere le sue zampette sulla tastiera indirizzando la melodia di Bollani): questo il materiale da cui è stata tratta la sintesi di circa un’ora e mezza presentata al pubblico goriziano che ha affollato la platea del cinema.
«Ho cercato di avvicinarmi al jazz, di lasciar andare ciò che era stato scritto come sceneggiatura dato che non sapevo cosa fosse accaduto tra le mura del palazzo. Mi sono messa in ascolto e anche durante la postproduzione mi sono lasciata ispirare dall’improvvisazione: sono andata a ritmo insieme a loro» ha spiegato al regista.
E quando si parla di loro, non ci sono nomi di secondo piano ma i grandi della musica come Enrico Rava, Paolo Fresu, Antonello Salis, Daniele Sepe, Ares Tavolazzi e Roberto Gatto affiancati dai più giovani ma non meno talentuosi e appassionati Frida Magoni Bollani, Matteo Mancuso e Christian Mascetta. «Per noi è stata una festa: Valentina ci ha proposto di stare in questo bellissimo posto per dimostrare che il musicista jazz non è una specie in via d’estinzione», scherza Bollani, collettore di una band che si muove sul filo dell’autogestione nel nome della musica.
E così nel docufilm, salutato anche dall’ideatore del progetto “Ponte a NordEst” Giancarlo Velliscig, il ritmo è la presenza costante, non solo durante le prove ma nel corso di tutta la giornata, spostandosi dagli strumenti alla cucina, dal momento degli assoli a quello della cena al ristorante con bicchieri, piatti, superfici varie usati per creare melodie che uno dei musicisti inizia perché l’amico lo finisca.
Oltre al potere dell’improvvisazione e alla passione per la musica, ciò che trapela dalla visione di “Tuttavita” è proprio il senso di condivisione e il profondo legame fra i dieci protagonisti, amici di sempre o nuovi conoscenti che riescono magicamente a trasformare un assolo, l’idea di un singolo in una composizione collettiva. A fare da collante, Gorizia: con la sontuosità di palazzo Lantieri, l’atmosfera informale della birreria, la straordinarietà di quel confine che se metti un piede dall’altra parte del disco sei in uno Stato diverso.
«Palazzo Lantieri era perfetto per metterci dei musicisti perché li astrae dal cliché del locale fumoso adatto al jazz. È uno spazio magico e antico ma proiettato verso il futuro grazie alle opere di Kounellis e Pistoletto» ha spiegato ancora Valentina Cenni, mentre Bollani è stato esortato a riflettere sui suoi esordi, quando «nessuno mi ha parlato dei ruoli della musica come cura, rito, linguaggio degli dei, della musica fatta di vibrazioni, quelle stesse di cui siamo fatti noi uomini».
«Di questa esperienza mi è rimasta come parola chiave “comunità”: mi piace questa tribù ma non è semplice perché bisogna avere tutti lo stesso intento» ha chiosato Bollani. E forse il segreto è la profonda conoscenza e stima reciproca fra i protagonisti del docufilm, distribuito da LuckyRed: una conoscenza tale che Bollani, mattatore della serata, ho imitato i suoi compagni nel confronto con il pubblico proseguito anche a microfoni spenti.
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