Editoriale - L’8 marzo: quando le parole contano, ma i fatti ancora di più

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Editoriale - L’8 marzo: quando le parole contano, ma i fatti ancora di più

Di Aurora Cauter • Pubblicato il 08 Mar 2026
Copertina per Editoriale - L’8 marzo: quando le parole contano, ma i fatti ancora di più

La Giornata internazionale della Donna porta con sé, ogni anno, le mimose e l’amarezza per una società incoerente e incompleta.

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ONU, 1977: con la risoluzione 32/142 si completano i lavori per istituire formalmente la Giornata delle Nazioni Unite per i diritti delle Donne e per la pace internazionale. Ogni anno, l’8 marzo, è consuetudine riflettere sulla posizione sociale dell’”essere donna”, sulle lotte consumate e le conquiste ottenute, e sui passi che dobbiamo compiere per raggiungere l’uguaglianza. L’obiettivo di Sviluppo Sostenibile n°5 dell’Agenda ONU 2030 è la parità di genere: nessun Paese l’ha ancora raggiunta.

I diritti delle donne sono diritti umani: ci pare scontato, no? Noi che guardiamo il mondo con gli occhi privilegiati di chi è nato nella parte “giusta” del mondo, si. Ma non per questo la nostra società è meno colpevole, non per questo i meccanismi di controllo sono inesistenti. Ci sono eccome, sono segnali nascosti, silenziosi, strutturali.

La nuova indagine internazionale di Ipsos Doxa ha registrato gli atteggiamenti verso il ruolo di uomini e donne nella società in 29 paesi. Di questi, il 52% delle persone ritiene che, in tema di parità di diritti, si sia già fatto abbastanza. In Italia, il 40% degli uomini ritiene di star facendo troppo per l’uguaglianza. Ma ecco che sentiamo delle 23 coltellate mortali per Federica Torzullo, uccisa dal marito; dei colpi di pistola sul corpo di Maria Assunta Currà, sparati dall’ex compagno; dei pugni destinati a Zoe Trinchero, 17 anni, il cui corpo è stato gettato, ancora in vita, in un corso d’acqua da un ragazzo poco più grande di lei. Questi sono i tre femminicidi che si sono consumati in Italia nel 2026. 50 le vittime nel 2025.

Quelle coltellate, quegli spari, quei pugni, arrivano anche a noi altre, proviamo lo stesso dolore. Tutti dovremmo indignarci. Eppure, c’è chi chiede come fosse vestita la donna, se avesse istigato o meno, spostando la comunicazione del femminicidio da piaga sociale a evento di cronaca violenta, compiuta dalle mani di un “mostro”, e non da un uomo pienamente inserito in un sistema che lo tiene un gradino sopra la donna.

In questo quadro la Giornata dell’8 marzo viene posta sullo stesso piano della Giornata contro la violenza sulle donne, il 25 novembre. Non ha senso parlare di diritti della donna, senza mettere in luce il momento in cui questi diritti le vengono tolti. Non ha senso dire che la parità di genere è una conquista sempre più vicina, quando si alzano gli occhi al cielo nel momento in cui se ne parla. Non ha senso dire che la donna è libera di scegliere, quando per abortire in sud Italia più del 76% dei ginecologi sono obiettori di coscienza.

Che senso hanno i comunicati dei datori di lavoro in cui si ringraziano le donne “per l’impegno e la dedizione” quando la paga è inferiore a quella dei loro colleghi? In Italia, in 10 settori del privato, su 18 esaminati le donne percepiscono più del 20% in meno; nelle attività finanziarie e assicurative le donne percepiscono mediamente il 32,1% in meno, nelle attività professionali scientifiche e tecniche il 35,1% in meno e in quelle immobiliari il 39,9% in meno (dati INPS, 2024). 

Festeggiare l’8 marzo per sottolineare l’importanza della donna nella società è talmente ridondante, fine a sé stesso e banale che potremmo anche farne a meno. Sarebbe più utile riflettere sui motivi della bocciatura in Parlamento della proposta di legge sul congedo genitoriale paritario, lo scorso 24 febbraio.

Una grande partita si gioca anche nella comunicazione, che esprime il modo di pensare della società. Tutto quello che non si nomina, non esiste. L’avvocata, la Presidente, la capa “suonano male” perché abbiamo incominciati a riconoscerli, e ad usarli, da poco tempo. Polarizzare politicamente il discorso quando saltano fuori parole come “femminismo”, “patriarcato”, “sessismo” alimenta solo il sistema in cui siamo immersi e di cui tutti, prima o poi, in un modo o nell’altro, ne periremo.

In qualità giornalisti abbiamo un Codice deontologico da seguire. Nell’articolo 13 si parla di “rispetto delle differenze di genere” dove si legge che “il/la giornalista evita stereotipi di genere, espressioni, immagini e comportamenti lesivi della dignità della persona” e ancora, “si attiene all’essenzialità dell’informazione e alla continenza, evitando spettacolarizzazioni”. Eppure, qualche scivolone è stato fatto. Gli ultimi casi che hanno provocato un po’ di rumore sono i titoli dedicati alle atlete dei Giochi Olimpici Milano Cortina: Francesca Lollobrigida ha fatto più rumore in quanto mamma rispetto al doppio oro; Stefania Constantini è diventata virale per la sua bellezza, e poi è stata definita “la fidanzata di”.

Mentre questo articolo viene pubblicato, per il centro di Gorizia – e in tantissime altre città – c’è un corteo di persone che ricorda il passato, denuncia il presente e progetta il futuro. Qui il corteo è organizzato da giovani e giovanissime ragazze che non si stancano di ripetere gli stessi slogan, proporre gli stessi discorsi, alzare gli stessi cartelloni, il tutto nel bisogno urgente di urlare e nella speranza di non farlo più. Perché è con la rabbia e l’insistenza dei cortei passati che le donne hanno ottenuto diritti e riconoscimenti. È nelle piazze che si costruisce un’idea di società equa e più giusta per tutti, uomini e donne.

Quando l’attivista nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie scrisse il libro “Dovremmo essere tutti femministi” riconobbe che alla base delle diseguaglianze sociali c’è la mancanza di parità di genere. L’obiettivo del femminismo non è mai stato, e mai sarà, di portare la donna sopra l’uomo, ma di renderla suo pari. Il discorso non deve essere “educa tua figlia a contenersi”, ma “insegna a tuo figlio il rispetto”.

E oggi, in Italia, quali sono gli impegni istituzionali per cambiare la mentalità di una società? Panchine rosse, campagne di sensibilizzazione, bonus mamme, timidi progetti nelle scuole: tutto sempre troppo poco. Perché al sistema scolastico nazionale sono destinati fondi insufficienti per parlare adeguatamente di parità di genere? Andiamo a chiedere ai Ministeri dell’Istruzione, per la Famiglia, la Natalità e le Pari Opportunità e al Ministero della Cultura che benefici porterà la Direttiva n. 83 del 24 novembre 2023, “Educazione alle relazioni”. Non dimentichiamoci di chiedere il monitoraggio dei 15 milioni di euro stanziati per le scuole di secondo grado, nell’ambito di attività extracurriculari non obbligatorie. Non ignoriamo il blocco politico ostile all’educazione sessuoaffettiva nelle scuole dell’infanzia e nella primaria.

In tutto questo “mal di testa contemporaneo” dobbiamo fare uno sforzo mentale e uscire dalle nostre vite privilegiate, e avere la consapevolezza del privilegio stesso. Guardiamo cosa il regime di talebani impone alle donne afghane. Pensiamo all’oggettificazione della donna nei matrimoni combinati in India. Parliamo della mutilazione genitale femminile praticata nell’Africa subsahariana. Per queste donne, non serve neanche dirlo, le parole di denuncia sospese in aria, proprio come queste qui, hanno un’utilità infinitamente piccola.

Oggi dateci pure la mimosa, ma domani non rimanete in silenzio quando sul luogo di lavoro si parla prima della bellezza di una donna, rispetto alla sua bravura. Non confondete la gelosia con l’amore. Non fermatevi al ragionamento stereotipato. Non rimanete indifferenti di fronte ai femminicidi. Non guardate con sufficienza chi si ostina a parlare di privilegio. Non polarizzate il discorso, non fermatevi alla superficie, non rispondete con arroganza. Non disprezzate la parola “femminismo”. Non ridete alla parola “patriarcato”. Non scrollate le spalle quando non approvano l’educazione sessuale ed affettiva, quando rifiutano il congedo di paternità. Non sminuite il problema parlando di altro. Non voltatevi dall’altra parte quando qualcuno vi sta urlando. 

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